Le percentuali di ricarico nell’accertamento induttivo, quando il Fisco incorre in errori di valutazione

articolo a cura di:
Lodovico Poschi
Lodovico Poschi

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Le percentuali di ricarico nell'accertamento induttivo

Le percentuali di ricarico nell’accertamento presuntivo

Sono davvero tante le contestazioni che l’Agenzia delle Entrate può muovere nei confronti di un imprenditore. Ognuna diversa dall’altra, e ognuna di queste richiede un’attenta strategia difensiva per essere disinnescata, con l’aiuto di un professionista esperto, in sede di contenzioso tributario. 

In questo articolo affrontiamo un altro caso concreto, basato sulle errate percentuali di ricarico, ovvero la maggiorazione che l’impresa applica al prezzo di acquisto del prodotto “finito” allo scopo di determinare il prezzo di vendita.

Un caso concreto, 100 mila euro di presunti ricavi non contabilizzati 

Nei mesi scorsi abbiamo difeso una società che aveva ricevuto da Agenzia delle Entrate un avviso di accertamento (cosa succede se non me ne occupo) in cui si contestavano ricavi non contabilizzati per 100.000 euro. 

L’ennesimo accertamento di tipo induttivo contro il quale, insieme all’imprenditore, abbiamo ricorso in giudizio. 

Agenzia delle Entrate ha contestato la percentuale di ricarico applicata sul costo dei prodotti commercializzati che l’azienda aveva correttamente utilizzato in dichiarazione e l’ha sostituita con una percentuale media propria del settore merceologico e dell’ambito territoriale di competenza.

Come sempre i professionisti si sono basati su fondati principi della Cassazione.

Nel caso specifico, essa ha stabilito che l’accertamento dei maggiori ricavi d’impresa può essere affidato alla difformità della percentuale di ricarico applicata dall’imprenditore rispetto a quella mediamente riscontrata nel settore di appartenenza, ma solo in un caso.

Quando, si legge, “assuma i caratteri della abnormità e della irragionevolezza, tali da privare la documentazione contabile di ogni attendibilità” (Cassazione 18627/2018). 

Dunque non basta un semplice scostamento della percentuale di ricarico. Soprattutto perché le medie di settore non costituiscono da sole una valida prova per presunzioni, ma sono necessari altri elementi. 

Percentuali di ricarico, quando il Fisco incorre in errori di valutazione 

Ecco spiegata la ragione per cui il ricorso all’accertamento presuntivo necessita della coesistenza di qualche ulteriore circostanza, individuabile nell’abnormità e nella irragionevolezza della difformità.

Questi elementi non ricorrono se siamo in presenza di un dato aritmetico che non evidenzia uno scostamento rilevante tra il ricarico applicato e quello medio.

Ritornando al caso specifico, l’avviso di accertamento ricevuto dalla società che si era rivolta a noi era totalmente illegittimo.

Infatti, l’Agenzia delle Entrate aveva determinato i maggiori ricavi non contabilizzati in 100.000 euro. Il tutto applicando al costo del prodotto che commercializzava la percentuale di ricarico media pari al 162%, in luogo di quella da loro applicata, pari al 133%. 

Un caso lampante di errore di valutazione tanto che siamo riusciti a far annullare le richieste dal giudice tributario cui ci eravamo rivolti.

Come più volte ribadito, le nostre argomentazioni trovano il loro fondamento nell’ambito delle più importanti sentenze della Corte di Cassazione (n. 10643/2018 e n. 13054/2017) le quali ci offrono strumenti vincenti per ottenere l’annullamento di avvisi di accertamento. 

Questi ultimi, sempre più spesso, si basano su meri indizi (v. percentuali di ricarico) e, come tali, risultano privi dei presupposti richiesti dalla legge ai fini della loro validità. 

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